Oceano Male

tra il dire e il fare c'è di mezzo il male

Notes &

DE BORVM NATVRA

Di Leslie Nietzsche

Il dizionario Garzanti di italiano brillantemente diretto da Giuseppe Patota (gran linguista e grammatico, forse un po’ flaccido in vita) definisce il coatto, nell’entroterra laziale meglio conosciuto come boro, un “ragazzo del sottoproletariato a cui miseria e ignoranza impediscono una vera libertà nelle scelte di vita” o “ragazzo di borgata dai modi volgari e tendente a comportamenti violenti” fino al più ovvio “persona rozza priva di gusto”.

A chiunque di voi si ritrovasse anche minimamente nelle descrizioni sopra riportate è seriamente sconsigliata la lettura, altrimenti questo post rischierebbe di assomigliare a uno dei tanti oroscopi di Paolo Fox per il segno del vitellone (che per chi non lo sapesse va dal 18 Vendemmiaio al 23 Brumaio).

Nel caso in cui la descrizione vi centri al 100%, potete continuare tranquillamente ad ammirare l’ipnotico ricamo creato da questi oscuri segni generalmente chiamati “lettere”.

Etimologicamente parlando, la parola coatto deriva dal participio passato del verbo latino cogere (costringere) e si riferisce ad una condanna lieve che consiste nella limitazione della libertà del condannato e nell’obbligo di permanenza nella sua abitazione o in locazioni stabilite in sede giudiziaria. Insomma il cosiddetto regime di domicilio coatto.

Dal punto di vista evoluzionistico, invece, il boro si colloca a metà tra l’homo neanderthalensis e l’homo rhodesiensis: in parole povere ha una fronte sporgente, il mento sfuggente e il pollice opponibile (sebbene non sappia come usarlo). Una particolarità che evidenzia ulteriormente il fatto che l’homo rhodesiensis è il gradino più alto della loro scala evolutiva è la postura del boro. Le spalle incurvate e i dorsali perennemente tesi suggeriscono un tentativo di risultare più alti e più eretti dell’erettissimo Homo Sapiens. Il fatto, inoltre, che le braccia siano tese e distanti dai fianchi come se stesse trasportando dei pesanti sacchi di sabbia indicano un tentativo palese di occupare quanto più spazio possibile e quindi prendere le distanze dalla realtà. In omaggio al bovarismo, questa forma antica e congenita di alienazione è stata ribattezzata dalla madre scienza come borismo. Dalle scarse testimonianze del passato, il ciclo vitale del boro ha fatto il suo corso più e più volte, e mai di questa affascinante forma di vita ci fu una tale evidenza come negli ultimi decenni del XX secolo.

Infatti è solo a partire dagli anni 80 e 90 che il boro conosce il suo periodo di massimo splendore. Ma analizziamolo più nel dettaglio. A metà degli anni 80 il boro scese dagli alberi e iniziò a camminare eretto. Non ci volle molto prima che il suddetto scoprisse il motorino, da qui in avanti perennemente presente nella staticità evolutiva della sua esistenza. Quando il boro iniziò a rendersi conto del fatto che per sfogare le proprie pulsioni sessuali sarebbe stato necessario attirare l’attenzione degli esemplari femmine della specie, inizia a nascere il prèt-à-porter del boro fatto principalmente di eccentricità, gel e cattivo gusto. Ma è solo negli anni 90 che il boro viene riconosciuto ufficialmente dalla società, guadagnando una dignità culturale in quanto minoranza etnica. Le descrizioni ufficiali del vero e autentico esemplare di boro, sono: scarpa Nike AirMax priva di lacci alternabile con anfibio Magnum, generalmente di colore nero o nella sua praticissima versione estiva color Ostia Lido. Jeans chiaro vita alta pacco in vista per l’uomo che non deve chiedere mai, poi rimpiazzato gradualmente nei tardi anni 90 da tuta Adidas modello strip-teaser con bottoni laterali. Da evidenziare, inoltre, l’importanza di mostrare che si trattasse proprio di Magnum, e non di squallide Bulldozer, inserendo rigorosamente il pantalone o la tuta all’interno dei medesimi. Legata in vita vi è la felpa della Napapijiri inesplicabilmente e tatticamente arrotolata con l’immancabile bandiera norvegese esattamente in centro poco sopra la zona pelvica (Recenti pubblicazioni accademiche hanno ipotizzato che la ragione di questa bislacca ubicazione “è da ricercarsi nel fine ultimo di attirare l’attenzione verso il proprio apparato genitale”). Maglietta bianca di marche quali Pickwick, Maui & Sons o Diesel con mezza manica obbligatoriamente arrotolata o, in alternativa invernale, felpa Napapijiri suppletiva preferibilmente di diverso colore da quella sottostante. Entrambi i casi da abbinare al fedelissimo smanicato Murphy&Nye di colore nero, successivamente spodestato dalla variante grigio-antrace, poco prima rigonfiato attraverso l’inserimento di un asciugacapelli nella tasca.

Immancabile accessorio è il perenne cappello sgualcito con visiera arrotolata appena appoggiato sul capo. (Alcuni studi medici supportano la tesi per cui questo rituale fosse mirato alla preservazione della fragile calotta cranica)

Di notevole e curioso interesse era la loro acconciatura sempre in continua involuzione: riga in mezzo con ciuffi gelatinati accompagnati da una leggera rasatura nella zona della nuca, successivamente rimpiazzata dall’acconciatura simpaticamente ribattezzata “torta”. La “torta”, o “doppio taglio”, è un taglio di capelli che consiste nel radere a fondo la parte laterale e posteriore della testa, e nel lasciare solo un tappetino di capelli leggermente più lunghi in cima. A lungo parrucchieri e antropologi hanno tentato di dare un senso a questa moda, e l’unica risposta a cui sono arrivati, oltre all’ovvio assunto che una tale acconciatura regali maggiore assetto aerodinamico durante la “pinna”, è che il taglio in questione ha eliminato la paura che la presenza di capelli sull’orecchio impedisca loro di godersi il boato dello stadio Olimpico.

La ricerca di nuovi look ha poi portato il boro agli albori del nuovo millennio, in cui molte delle nuances sopra menzionate sono sparite per sempre. Le Magnum o le Nike slacciate hanno lasciato il posto a scarpe più sobrie e affusolate. In un primo momento ci furono le Adidas dal collo alto in cui era ancora possibile inserire i pantaloni, ma poi la scelta delle calzature è ricaduta su modelli meno ovvi fino a giungere alle odierne Nike Shox, che evidenziano un’altra costante nella loro esistenza: le AirMax. Una volta fatto entrare il vento del cambiamento, ci vuole poco perché lo stile del boro si rinnovi nella sua eccentricità: i pantaloni della tuta e i jeans vita alta pacco in vista sono amaramente sostituiti da tute e jeans stretti alle caviglie.

Il motivo di quest’ennesimo parto diabolico è più che altro pratico: i pantaloni normali coprono irreparabilmente la visuale sui lacci delle scarpe che quindi potrebbero essere slacciati e celati. A lungo il boro si è piegato su se stesso per verificarne l’effettiva allacciatura, rimpiangendo i bei tempi in cui evitava totalmente di allacciarsi le scarpe o addirittura eliminava i lacci. La soluzione piovve dal cielo lasciandosi alle spalle una scia di cattivo gusto: stringendo i pantaloni alle caviglie la visuale sui lacci era finalmente assicurata.

Un altro elemento che è variato negli anni è l’acconciatura. Sebbene la “torta” sia ancora un taglio in voga tra gli esponenti più autorevoli dei bori, il bisogno di farsi notare ancora di più ha portato i più deboli di mente ad acconciarsi i capelli in stile “cresta di gallo”, un improbabile taglio consistente in una cresta piastrata e impomatata in cima alla testa e un lunghissimo mullet piastrato sulla nuca. Di particolare interesse è la totale assenza, anche in questo caso, di capelli sulla parte laterale della testa, caratteristica, questa, volta ad indicare quanto lo stadio Olimpico sia una costante nella vita sentimentale di questa specie.

Lo stile di vita del boro è concentrato interamente alla vita in branco, prediligendo le frequentazioni al bar o agli angoli della piazza rionale.

Di indole inquieta ed insofferente alla monotonia, il boro tende a reagire alla noia con la cosiddetta “pinna”: una lunga e rumorosa impennata in rettilineo con il motorino, che oltre a garantirgli forti emozioni è anche una danza dell’amore che attrae gli esemplari femminili.

Verso queste ultime è da registrare un duplice atteggiamento: se da una parte il boro è sensibile ad un adeguato apparato di ghiandole mammarie, dall’altra non si priva del piacere di schernire l’altrui compagna con frasi denigratorie ad effetto come “aò, ma quella è ‘a pischella tua o t’hanno vomitato addosso?”.

Socialmente parlando, il boro vive avvertendo un senso di discriminazione dal resto di una collettività che non capisce. Dal comportamento sguaiato e rissoso, il boro è la categoria sociale destinata a riempire il mai troppo pieno slot della piramide sociale in antichità occupato dai servi della gleba, e a prenderlo in culo tutta la vita dalle istituzioni senza esserne consapevole. È sicuro solo del fatto che può difendersi efficacemente dai soprusi con un sonoro “mo te meno”, o con il più intimidatorio “mo te lamo”, accompagnato da suoni gutturali meravigliosamente etnici.

Per non correre il rischio che tale specie animale si estingua per le precarie condizioni di vita, e con essa la manodopera necessaria alla società, i governi hanno escogitato dei sistemi infallibili per mantenere la popolazione bora al di sopra di un certo livello di guardia. Utilizzando un ingegnoso stratagemma, i bori sono stati sempre attratti da un’efficace specchietto per le allodole: fargli credere che un giorno potrebbe partecipare al Grande Fratello o a Uomini & Donne. L’irrefrenabile desiderio di provarci con degli esemplari femminili in diretta tv e di fare soldi in fretta senza versare una goccia di sudore attira i bori da anni, e fa in modo di assicurare al mondo una futura progenie bora, a sua volta dedita alla “pinna” e al Grande Fratello, abbastanza numerosa da riuscire a sopperire alle continue carenze dovute a due fattori fondamentali: il continuo aumento della popolazione boro-carceraria e la prematura morte dovuta a scontri post-partita.