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Harry ti presento Sagat
Di Hannah Montale
Correva l’anno 1994 ed io ero un moccioso di periferia Romana che passava i pomeriggi a casa a guardare le tartarughe ninja. Non che non lo sia ancora, ma la situazione nella quale vivevo nella mia tarda infanzia era piuttosto peculiare: ero cresciuto in un ambiente protettivo, non mi ero amalgamato bene con la gioventù romana della zona ed ero in lizza per il premio de “L’emarginato del quartiere” dell’anno. Il fatto che non conoscessi le regole di base per interagire con altri bambini, che avessi una propensione a seguire le regole, e soprattutto, che non sapessi neanche dare un calcio a un pallone mi rendevano un soggetto particolarmente ostico al quale relazionarsi. Anche se, bene o male, ero riuscito a racimolare 2 o 3 amici, ero sinceramente preoccupato per come sarebbe andato a finire il mio processo di integrazione sociale nel corso della mia vita. Sentivo che le cose forse avrebbero dovuto cambiare, che probabilmente non ero solo e che prima o poi ci sarebbe stato un modo che consentisse a me, e a quelli come me, di sentirsi apprezzati e al livello degli “altri”. Per le sigarette era ancora presto, e date le circostanze topografiche in cui sono cresciuto, anche la musica si poneva su di un orizzonte ancora troppo lontano.
L’illuminazione arrivò in un caldo pomeriggio di giugno, periodo splendido dell’anno, nel quale la scuola è appena finita e si riassapora la libertà dopo 9 mesi di scuola elementare, di lavoro e ansie infantili. Quel pomeriggio avevo avuto il permesso di “andare a prendermi un gelato” da solo, nel bar vicino casa, luogo tendenzialmente non raccomandabile per un ragazzino così apparentemente poco sveglio come me. Entrato nel locale notai però, prima di avvicinarmi al banco gelati,un parallelepipedo nero nell’angolo.
Sembrava nuovo, era di una plastica nera con delle strisce colorate in perfetto stile anni ‘80. La parte frontale era leggermente incavata rivelando un piano d’appoggio con una leva e dei pulsanti, mentre verso il fondo dell’incavo, c’era un vetro che rivelava uno schermo acceso e colorato. Non era la prima volta che vedevo un videogame, sia chiaro, ma tutte le sue realizzazioni pratiche mi erano arrivate a bassa qualità, e mai nella gloriosa e imponente forma dell’Arcade anni 80-90.
Subito mi avvicinai incuriosito dalle luci. La schermata ritraeva una strada cinese popolata da mercanti e passanti, lungo la quale una donzella dal vestito blu combatteva contro un tizio calvo dalle braccia e gambe allungabili. In alto vi erano due rettangoli particolarmente allungati in parte rossi e in parte gialli, al centro delle quali un count-down digitale numerico sembrava incombere sullo scontro. Dopo pochi secondi compresi la meccanica principale che muoveva il gioco: più si colpiva l’avversario, più la parte rossa della barra aumentava e, quando sarebbe arrivata alla fine, la sua sconfitta sarebbe stata decretata, attraverso (per giunta) un splendido quanto scattoso slow motion finale sull’ultimo colpo. A livello visivo era esplosivo, non avevo mai visto nulla di così interessante.
Ficcai subito duecento delle gloriose vecchie lire nella macchinetta, riducendo la scelta del gelato al solo “Freddolone” e al tempo stesso assicurandomi una chance di picchiare qualcuno almeno in un mondo parallelo a 16bit, anche se controllato da una intelligenza artificiale. Al momento di scegliere il personaggio mi persi inizialmente nella vastissima scelta di ben 8 personaggi tutti esteticamente perfetti e carismatici, dal tipo verde con i capelli arancioni, al sergente americano con dei capelli a spazzola che avrebbero fatto invidia al miglior David Bowie, ma poco dopo puntai al tizio allungabile.
“Io posso picchiare te e tu non puoi picchiare me se sto a due metri di distanza”.
Questa mia ipotesi si rivelò estremamente sbagliata nell’esatto momento in cui, al primo incontro, venni introdotto al concetto di “Hadouken”, meglio conosciuto come “palla di fuoco”, o al tempo “palletta”: il combattente con la divisa bianca era apparentemente in grado di generare una massa azzurrognola che poteva colpirti anche se ti trovavi a svariati metri di distanza.Anche se avevi le braccia e le gambe allungabili quindi; anzi questa caratteristica offriva ancora più superfice vulnerabile sul corpo. Inutile dire che incontrai la sconfitta dopo pochi secondi, ma poi ci fu una seconda volta, una terza e cominciai a capire come funzionava.
Ricordo pomeriggi interi a prendere a calci ragazzi anche più grandi di me, che non avrebbero mai potuto replicare, perchè avevano già capito una delle principali regole dell’esistenza, così vera che influenzava anche il mondo dei videogames: Se giochi e perdi, hai perso, stop, fine, non si torna indietro, puoi solo chinare il capo. Se accetti di dare una prova della tua abilità in qualcosa di cui non sei sicuro, e sottovaluti il tuo avversario in maniera così drastica che finisci per prendercele in 30 secondi, non importa se non sono volati dei “veri” cazzotti, niente e nessuno ti salverà dall’umiliazione della sconfitta.
Tornavo a casa con un sorriso stampato in faccia quasi tutte le sere di quell’estate allietando la mia famiglia a cena con discorsi del tipo “Capite???Quel tipo si accovaccia e comincia a darmi la scossa!La scossa!Roba da matti!”. Dopo la scoperta di un passatempo così divertente, le giornate cominciarono a trascorrere se non più liete, sicuramente più occupate. La scuola fu il luogo che spezzò quest’idillio: ricominciai con le lezioni a settembre e mi schiantai dopo qualche tempo contro i primi bulli da scuola media. Fortunatamente non fui mai così stupido da lasciarmi coinvolgere in idioti tentativi di dimostrazione di libertà individuale come “rispondere agli insulti” o “alzare la testa quando parlo” quando ero in presenza di alcuni bulli. Bene o male, passavo inosservato. E mi bastava.
Al primo break invernale appresi con gioia che avevano aperto da poco una sala giochi nei pressi della scuola. Nel tempo libero (e posso assicurarvi che era veramente poco, se penso a tutte le stronzate che cercano di farti fare quando hai 8 o 9 anni solo per darti la sensazione di essere utile o migliore di qualcun altro) mi piaceva andare in quel posto, anche per provare nuovi videogames che il triste baretto sotto casa non mi aveva mai proposto.
Una mattinata ancora autunnale, mi vedeva impegnato ad un duello di spada contro un samurai dall’aspetto definitivamente giapponese, ma dai capelli rossi, che gli davano un tocco insolito. Lo schema di gioco era molto simile a quello già descritto: Mi avvicino e ti picchio, o ti faccio a fette, a seconda del gioco.Chi riesce a farlo a sufficienza, prima che lo faccia l’altro, ha vinto. Qualcosa però andò storto.
Ad un tratto una mano infilò altre duecento lire nell’altra feritoia per le monete. Mi voltai e c’era lui: Andrea (nome fittizio che userò per evitare QUALUNQUE tipo di ritorsione presente) uno dei bulli più “in” della scuola, era accanto a me. Non era particolarmente minaccioso, era magro e con la faccia spigolosa e non sembrava necessariamente aggressivo. Ma aveva l’espressione di chi ha ucciso per cibo, aveva gli occhi scavati di chi non ha dormito notti intere perchè le urla dei genitori lo tenevano sveglio e la faccia di chi potrebbe torturarti solo perchè quel giorno gli girava male.E se non ci credete, ho decine di persone pronte a giurare che l’ha fatto, o almeno ne avevo.
Terrorizzato mi apprestavo a sfidare quel tipo senza neanche conoscerlo e a rischiare allo stesso tempo la vita. Fortunatamente, come tutte le persone dotate di un grande istinto di sopravvivenza, era totalmente negato in attività così poco pragmatiche come i videogames. Ma il fatto che lo stessi affettando per bene, a lui proprio non andava giù, facendolo arrivare addirittura a spingermi via dai comandi e a premere pulsanti a caso per conto mio. Questo non evitò la sua sconfitta e, visto l’andazzo mi preparai a una retribuzione di violenza da parte sua, ma stavolta sul piano fisico.
A dispetto di tutte le mie aspettative, però, non andò così. A fine incontro si limitò a dirmi “Mortacci tua, sei sicuramente più allenato, non me c’hai fatto capi’ un cazzo” e se ne andò.
Avevo vinto. Avevo vinto contro qualcuno che aveva frullato le ossa dei miei coetanei solo per il gusto di affermare la sua superiorità.
Avevo vinto e l’avevo fatto a modo mio.
Da quel giorno non ebbi mai più a che fare direttamente con quel tipo, ma ogni volta che lo vedevo non abbassavo più lo sguardo come tutti, e lui non lo reputava un’offesa. Ero riuscito a ritagliarmi un posto in quell’imitazione di società in cui vivevo all’epoca, e questo mi faceva sentire molto meglio. È bello e strano sapere che giochi come Street Fighter II abbiano permesso a me e a persone come me di mettersi in comunicazione col mondo esterno in modo più o meno efficace. Ed è altrettanto bello e appassionante sapere in che modo proseguì la vita di quel giovane ragazzo di periferia, che potremmo definire quasi “un prototipo di nerd” che ancora spopola ai giorni d’oggi.
È molto interessante, ma questa…Questa è un’altra storia.