5 notes &
Wham.
Di Gengis Kant
Eppure credevo che questa volta non sarebbe andata come al solito. Stultum est dicet reputabo. Diceva mio nonno. Non quello razzista, l’altro, quello che è morto d’infarto mentre scopava.
Convinto della mia decisione, mi infilo in macchina, e percorro la distanza che mi separa dal suo squallido quartiere, recitando ad alta voce la mia parte. Provo differenti registri linguistici, differenti intonazioni, differenti stili di comunicazione non verbale. Lo stile epico drammaturgico alla Vittorio Gassman: tono greve e deciso, testa alta e gesti simbolici, determinati, d’effetto. Altrimenti lo stile confusionario, disordinato, caotico e impacciato, alla Woody Allen: tono soffuso e balbettante accompagnato da gesti auto manipolatori come grattarsi, toccarsi i capelli, oppure la variante del giocare nervosamente con un oggetto, una penna o qualunque altra cosa riesca a trasmetterti calma. Ma soprattutto testa bassa e sguardo fisso su qualunque cosa fuorché i suoi occhi. Ognuno generalmente si costruisce il proprio stile recitativo, io li alterno in base alla mia co-protagonista.
“Dobbiamo parlare” avevo esordito poco prima al telefono, utilizzando un tono grave il meno possibile, cercando di suscitarle in maniera del tutto casuale qualche dubbio, ma non abbastanza chiaramente da poter creare un pretesto per una litigata via etere. Quella volta, durante il tragitto, presi la decisione di non utilizzare alcun registro, ma di essere semplicemente me stesso. Non più artefatti psicologici, o performance da leone d’oro. Solo sincerità, chiarezza, e spontaneità. Quale pessima idea. Quale p-e-s-s-i-m-a idea.
Mi chiedo se sia opportuno introdurre immediatamente l’argomento, o se piuttosto sia il caso di iniziare con qualche convenevole, o tipo non so, una serie di domande a cui dovrebbero seguire altrettante risposte di indubbia rilevanza e importanza quali: “come sta il tuo gatto?”, “cosa hai mangiato?”, “dove hai comprato questa maglietta?” o l’evergreen “come sta Succhia Cazzi ? (Succhia Cazzi è lo pseudonimo che ho dato alla sua migliore amica, classica “sonounatipacomplicata” che a forza di assecondare il suo smodato desiderio di sciacquarsi la bocca con lo sperma, ha creato faide tra amici, fratelli o intere famiglie.) (ovviamente si tratta di un intimo soprannome, il mio cervello dopo un durissimo allenamento è finalmente in grado di pensare il suo pseudonimo, e usare il suo vero nome)
Come d’accordo, una volta in prossimità del suo appartamento dovrei farle uno squillo al telefono per avvisarla del mio arrivo. Ma lei è già lì. Seduta sul marciapiede. Fuma una sigaretta nervosamente. Cazzo mi ha sgamato. Rallento la macchina, le sorrido con la stessa falsità con cui sorriderebbe un generale della Gestapo a un ebreo, e nello stesso istante in cui elargisco il mio riluttante sorriso, capisco di non essere decisamente in vena stasera per entrare in scena. Eppure avevo provato il copione pochi attimi prima. Lei si alza lentamente dal marciapiede e si avvicina alla portiera, sono attimi interminabili. Dio santo, perché la sincerità è in grado di mettermi così in ansia? Eppure non devo confessare un delitto, tantomeno un tradimento. La pressione sanguigna è alle stelle, la riesco a percepire dalle mie tempie. Non so per quanto tempo sarò in grado di mantenere la calma, e di procrastinare il più possibile l’attimo in cui le dovrò spiegare tutto. Dove è finito tutto quell’autocontrollo di cui vado sempre fiero? Un fischio continuo, leggero ma incessante, mi sta tartassando. Sono sul punto di confessare tutto, sono il disperato ansiolitico protagonista del cuore rivelatore di Poe.
“Sì, lo ammetto! Mi sono masturbato su Succhia Cazzi, un paio di volte! E non esserne stupita! Con tutte le cazzo di avventure che mi hai raccontato su di lei, cosa pensavi sarebbe successo? Perché svelarmi della sua passione per i pompini e tutto il resto? Cosa credevi? Che mi sarebbero scivolate addosso?!” ma cosa cazzo sto pensando. Cerco di riprendere il controllo. Spiego a me stesso nuovamente perché mi trovo in questa situazione. Devi lasciarla. Tutto qui.
Entra in macchina, sorridendo. Studio il suo sorriso, nemmeno una punta di falsità. E’ semplicemente felice di vedermi. Crollo come un bambino davanti alla madre nel vano tentativo di nasconderle la verità. Le spiego della mia titubanza nell’introdurre il discorso, delle mie sensazioni ed emozioni intime, spesso in contrasto, del fatto che seppure ci avessi provato in tutti i modi, non ero riuscito a sentire per lei qualcosa per cui valesse la pena impegnarsi, impegnarsi per davvero. Le vomito addosso un’apologia di circa venti minuti farcita di scuse, complimenti e sentimentalismi. Lei ascolta annuendo saltuariamente, non proferisce parola. Termino la mia arringa che sto annaspando, e mentre riprendo fiato la guardo in attesa del responso, del verdetto. Lei sembra stranamente tranquilla, il che rende ancora più surreale la scena. Che poi in realtà non c’è davvero nulla di surreale. Se non per la musica. In questi casi il fato non fa altro che stilare una lista di canzoni pertinenti alla situazione e sceglie l’ultima in classifica. In questo caso è toccato a “wake me up before you gogo” degli Wham. Semplicemente perfetta. Ma lei sembra essere impassibile. Non di ghiaccio, solo impassibile. Rilassata. Come se avesse assistito a quello spettacolo per centinaia di volte. Poi parla.
- Beh vedi io me l’ ero immaginato.
Immaginato? E quando?
- E poi insomma, tu sparisci per giorni interi, fai sempre come ti pare, non era difficile capire che la cosa non stesse andando avanti, cioè, che stesse progredendo.
- Mi dispiace - Sussurro scrollando le spalle.
- Non ti preoccupare, sul serio, so come sei fatto – continua lei con stoicismo – so che siamo diversi, capisco che forse ti piaccio, ma non abbastanza per iniziare qualcosa di più serio.
Mio dio santo, da dove viene tutta questa maturità?
– Sei un ragazzo gentile, educato, e mi piaci molto, ma capisco le tue motivazioni, e me ne faccio una ragione.
Dove sono le strilla, gli insulti, le lacrime? Sono narcisisticamente deluso. Almeno un paio di “stronzo” e qualche schiaffo li avrei ricevuti volentieri. D’altro canto devo ammettere che la sincerità ha riscosso i suoi risultati, sono stupito.
- E poi c’è da confessare che sei stato molto carino a parlarmene subito e non a fine serata. Dopo tutto c’ erano grandi possibilità che avremmo scopato. E adesso insomma non è sicuramente il clima migliore per una scopata.
Scopiamo. Lei sembra apprezzare particolarmente. Forse per via della vena drammatico-epica che possiede la scopata d’addio.
- Sai - mi sussurra a un orecchio – a me anche una situazione così andrebbe bene.
Le chiedo delucidazioni, non credo di aver capito bene.
- Sì beh, io quando sono con te sto bene. Mi dispiacerebbe non vederti più.
Vorrei avere la sfrontatezza di chiederle chiaramente se questo significa che possiamo scopare ogni tanto, così, senza impegno. Ma sono convinto che non sarei in grado di soffocare il mio entusiasmo, e rischierei di mettere completamente a nudo la mia depravazione. In più ho l’impressione che mostrandomi immediatamente concorde a questa sua decisione, la farei tornare indietro sui suoi passi, come se attraverso il mio entusiasmo lei capisse che si tratterebbe di una cosa priva di ragione alcuna. Così mostro un patetico senso di diffidenza. Ma lei mi rassicura, affermando che siamo adulti e vaccinati, e che siamo entrambi, specialmente lei, in grado si sostenere una situazione di questo tipo.
Scopiamo. Ancora meglio della precedente. Mi accendo una sigaretta, incredulo della situazione, con lo sguardo perso sul tettuccio della macchina. Lei stavolta è più silenziosa, si gode la sua dose di nicotina e serotonina senza battere ciglio. Fissa il vetro, poi parla.
– Cosa c’è che non va in me?
- Scusa?
- Sì. Non riesco a capire cosa c’è di me che non ti piace. Perché non ti sei innamorato?
Percepisco dalle sue parole che ha un nodo alla gola di dimensioni pari a quelle di una palla da basket. Sono confuso, perplesso, ma specialmente quella sensazione che accompagna le parole “ecco, lo sapevo” di cui momentaneamente mi sfugge il nome. Avrei dovuto immaginare che era troppo facile per essere vero. Le cerco di far capire che vorrei poter rispondere alla sua domanda, ma è qualcosa cui nemmeno il mio “es” sarebbe in grado di rispondere. Scoppia in lacrime.
- Perché non possiamo continuare a vederci, a stare insieme?
Sto camminando lentamente su un campo minato. Una singola parola messa fuori posto e posso dire addio alle scopate-senza-impegno.
- Dimmi almeno cosa non ti piace di me?
Sta bluffando. Sta chiaramente bluffando. Non vuole veramente sapere cosa non mi piace di lei. “il tuo problema è che ti mangi le unghie, sbagli i congiuntivi, credi che la cultura si costruisca su Wikipedia, non hai idea di chi sia Chomsky, sei terribilmente spaventata di apparire banale, sei banale, ti piace Skins, non hai senso dell’umorismo, fumi le MS, vuoi fare la fotografa e non ingoi.”
- Davvero è una domanda a cui non sarei in grado di rispondere. Non lo so. Pensi davvero che abbia in testa una lista precisa delle cose che non mi piacciono di te?
- Non lo so! Ma con te divento un’adolescente insicura.
Ah Solo con me?
- Ascolta, non c’è nulla di te che non va. Il problema sono io. Ma ti prego smettiamola con questi discorsi, per favore. Ero venuto qui con tutte le buone intenzioni. E poi eri stata tu stessi a dirmi pochi minuti fa di come hai perfettamente capito quanto io tenga a te, ma che non sia in grado di potermi impegnare. Mi sembrava che tu avessi capito tutto.
- Ma allora spiegami cosa sono io per te!? Una che ti scopi ogni tanto!?
La frase pone fine definitivamente a una conversazione dai toni pacati. È quello che nelle sceneggiature è considerata l’ascesa verso il climax. Le spiego che le sue parole sono intrise di maschilismo e sessismo, perché fino a prova contraria, si scopa in due. E io non ho mai costretto nessuno. In più non mi sembra di far parte di qualche progetto di riabilitazione, e lei non è la mia badante, tanto meno una prostituta (ahimè), quindi basta con questo tono da volontariato, i suoi umori vaginali sul sedile anteriore della mia macchina sono la prova che non si trattava di un favore, tantomeno di un regalo.
A quel punto la sua coscienza impregnata di cattolicesimo bigotto riemerge di colpo, e lei traduce meticolosamente ogni mia parola con l’asserzione “sei una puttana”. Inizia a sbraitare, inveire contro di me, poi comincia a scandire e ritmare ogni sillaba della proposizione “io non sono una puttana” accompagnandola con degli schiaffi alla cieca. Io-schiaffo-non-schiaffo-so-schiaffo-no-schiaffo-una-schiaffo-put-schiaffo-ta-schiaffo-na-pugno. Conclude in bellezza. La cerco di sedare, con vane parole prive di contenuto. Purtroppo ormai è pressoché inutile. Quarant’anni di lotta femminista per l’emancipazione, e ancora siamo a questo punto. Ancora questo terrore di essere considerate delle puttane. Quanto tempo ancora servirà per fargli capire che si tratta di un complimento. Lei non accetta questi discorsi, non li condivide. Cazzate, non li capisce. I toni sono arrivati a livelli da talk show, e forse anche i contenuti. Io sono come davanti a mia madre, a 5 anni, nel tentativo di persuaderla che la pipì nel letto non è opera mia, ma di un ragazzino che di notte si è intrufolato furtivamente sotto le mie lenzuola, e ha dato sfogo alle sue funzioni biologiche primarie, per poi sgattaiolare via prima dell’alba. Mi strilla un ultimo paio di insulti, non riesco a ricordarli, poi nervosamente cerca la maniglia della portiera. La trova. Apre la portiera di scatto, mi incita a commettere suicidio, poi la richiude sbattendola. Sono le ultime parole che sento dire dalla sua inutile bocca.
La radio copre i miei pensieri e le mie parole. Sta per iniziare un pezzo degli Wham. La spengo. Esco dalla macchina, e mi incammino spasmodicamente. Sono nervoso. Woody Allen, Woody Allen. Finisco la sigaretta con gli ultimi due tiri. La spengo sotto la suola della scarpa. Poi citofono.
- Chi è?
- Sono io. Dobbiamo parlare.