Oceano Male

tra il dire e il fare c'è di mezzo il male

11 notes &

Silvia Jessica Parker.

di Gengis Kant.


“..e comunque i The Smiths restano uno dei migliori gruppi degli anni’ 80”

 e comunque mi domando quante stronzate dovrò ancora ingoiare prima che sia lei ad ingoiare qualcosa di mio.

Fisso la scollatura di Silvia cercando di non far caso alla maglia dei Joy Division che potrebbe costarmi la solida erezione procuratami immaginando di intrattenere una conversazione con una donna intellettualmente stimolante. Siamo in un Wine Bar. Si lo so, lo so, scusate la caduta di stile, per questa sera ho tradito il-magreb-sotto-casa-con-le-peroni-a-un-euro, ma insomma, non tutti sanno apprezzare quell’odore inconfondibile di aglio sudato e immigrazione brutalmente ghettizzata.

Siamo in un Wine Bar, ci tengo a precisarlo. Come quel dettaglio imprescindibile per capire chi è stato l’assassino. Siamo in un Wine Bar e stiamo per ordinare:

-  Allora cosa prendete?

-  Io un bicchiere di rosso, non so, un Chianti. Silvia tu cosa prendi?

-  Io vorrei una Caipiroska alla fragola.

-  mi dispiace siamo un Wine Bar non prepariamo cocktail, abbiamo solo vino.

-  mhh, allora un Cosmopolitan!

addio erezione.

Cazzo, dopo tutta la fatica che ho fatto nell’accettare di sedermi in questo posto intellettualmente degradante in mezzo a radical chich di 35 anni con visibili stempiature, petto villoso, pantaloni di flanella e  con quell’ostentato desiderio di apparire “giovani” solo per poter ficcare un’ultima volta il loro uccello in qualche giovane passera ventenne, sei stata capace di essere inopportuna come un preservativo in un porno.

Silvia è una di quelle tipe che crede che per dare una svolta alla propria vita basti  un tubetto colorante per capelli.

Davvero ragazze, qualche creatura compassionevole dovrebbe spiegarvi che la felicità non segue la funzione y= x+ m di una retta ascendente la cui asse delle ordinate è la tinta dei vostri capelli. Detto in parole povere, povere come il vocabolario delle ragazze a cui è dedicato questo pezzo, la felicità non è direttamente proporzionale alla chiarezza del vostro biondo.

Mi dispiace, sul serio. Se così fosse, il Dalai Lama avrebbe i capelli di Bon Jovi, e Raffaella Carrà sarebbe dio. 

Oltre a collezionare scarpe e borse di pelle, la sua grande passione è l’animalismo. Si proprio l’animalismo. Quello stesso animalismo ipocrita e bigotto che ha fatto sì che quel genio incompreso di Bigazzi venisse cacciato dalla rai perché affermò che i gatti fossero una deliziosa specialità culinaria. “come si permette quel vecchio rincoglionito!? i gatti sono esseri intelligenti non devono essere mangiati!!”

Mhh, ok, quindi se un agnello vincesse un PhD ad Harvard, nessuno potrebbe toccarlo? Oppure non so, un cavallo che gioca a scacchi, o una capra che ricatta i vip con foto scomode.

Insomma questa società non ti ha ancora insegnato che se il tuo quoziente intellettivo rasenta la soglia degli 80 punti (soglia che delimita per l’appunto il concetto letterale di deficienza) la soluzione dovrebbe risiedere nel cercare di aprire quel pozzo di fallimento sociale e culturale il meno possibile? Rischieresti di essere mangiata, lo dico per il tuo bene.

La serata al wine bar continua. Io ho messo il pilota-automatico, e mentre la mia coscienza è concentrata nello scorgere dalla sua maglietta una qualche forma di capezzolo, mi ritrovo ad affrontare tematiche interessantissime come il suo corso di danza, katy perry, il suo gatto.

Ascolto con titanica fatica le sue parole, questo vacillante cumulo di clichè e frasi fatte che mi viene spacciato come cultura è irritante quanto un brufolo sul culo. Specialmente quando  inizia a parlarmi dei suoi  falsi idoli. Come Sarah Jessica Parker. Si perché Silvia fa parte di quella sottospecie dell’ animale Femmina denominata “idiote, ma sul serio” che idolatrano l’attrice sopracitata innalzandola a nuova portavoce del femminismo.  

“Si perché il suo personaggio ha dato vita ad un nuovo immaginario collettivo sulle donne indipendenti e in carriera”

Ragazze, qualcuno deve pur prendersi il grave fardello di svelarvi qualcosa che avrà nella vostra vita le stesse conseguenze che la morte della mamma di bambi ha avuto nella mia.

Sex and the city è un prodotto concepito e scritto da uomini, nonché  veicolo ed espressione della più sottile e influente forma di maschilismo che esiste al giorno d’oggi. Vedervi passeggiare in giro con tacchi da 12 cm, minigonna, e scollatura è esattamente quello che abbiamo sempre sperato dai tempi dei peli sotto le ascelle. E ha a che fare con l’emancipazione femminile tanto quanto Sarah Jessica Parker ha a che fare  con il sesso femminile.

Ma non sarò sicuramente io a muovere un dito perché tutto questo cambi; anzi, continuerò ad avvallare la vostra ipotesi secondo cui Sex and the City è un ottimo telefilm. Finchè mi permetterà di sedarvi con l’acquisto di un paio di scarpe o  di fare sesso anale con maggiore frequenza.

Ma sento la necessità di aprire un paragrafo a parte. Sarah Jessica Parker. O anche facilmente qualificabile come quell’abominevole e grottesco naso da cui si dipanano quei piccoli e spiacevoli occhi da handicappata contornati da lineamenti deformi, disarmonici e sgraziati a cui, non pago, Nostro Signore eterno ha deciso di applicare un turpe e disgustoso porro. Un porro che nonostante la quantità di operazioni chirurgiche a cui la suddetta creatura si è sottoposta, è sempre lì, immutato nel tempo, coperto da una fitta coltre di cerone e fondotinta, ma facilmente riconoscibile, come una nocciolina in un torrone. Eppure qualunque essere dotato di intelletto, con tutto quel danaro, si sarebbe guardato bene dall’affrettarsi a rimuovere quella fastidiosa e sgradevole imperfezione cutanea, prima che tutto il mondo se ne accorgesse. E invece no. È sempre li. Probabilmente perchè la nostra yankee deforme avrà supposto che nonostante si tratti di un difetto, resta pur sempre un elemento caratterizzante del suo volto. Un po’ come il neo di Cindy Crawford. O come il porro di mia nonna.

Un bel giorno Silvia mi porta a casa sua. Entusiasta, spero che finalmente potrò scoparla a dovere dando finalmente un senso a tutte quelle ore spese ad ascoltare le sue parole o a fissare i suoi leggins traslucidi. Ma lei sembra aver in serbo una sorpresa per me: una sorpresa, per me. Con gioia ed enfasi mi rivela che la sorpresa consiste nella visione di uno dei suoi film preferiti. Scruto la sua stanza in cerca di un paletto di legno abbastanza profondo da poter conficcare nel suo petto. Nulla. Così ripiego cercando di mascherare la delusione e lo sconforto coprendolo con uno stupido sguardo di lusinga. “Oh che pensiero carino”. Lei è visibilmente felice, io sono come Fantozzi nel Secondo Tragico. Mi bastano i titoli di testa per riuscire a capire di quale tipologia di film si tratti: tipica storia d’amore americana che strizza l’occhio al cinema indipendente con una regia ostentatamente incline al videoclip. Vorrei poter essere nella posizione di menzionare il film questione, ma si tratta di una storia vera, e non vorrei rischiare delle noiosissime ripercussioni nella realtà. Sta di fatto che mi ritrovo ad essere costretto a subirmi quasi due ore di pura violenza psicologia, a base di dialoghi insensati, depressionismo mainstream e canzoni dei The Smiths. Ma la cosa che più mi innervosisce è sapere che anche stasera non ci sarà nessuno a dare un senso a quelle due ore spese sul bidet a rasarmi chirurgicamente lo scroto.

Alla fine con Silvia è finita. Mi manca tutto di lei. Specialmente quella sensazione unica ed inconfondibile di serenità e gioia che solo il volontariato può darti.

Mentre passeggiavo nel parco cercando di svuotare la testa dai mille pensieri che sfortunatamente mi rendono incapace di interagire con una donna come lei, appare alla mia vista una splendida e incantevole creatura. Una capretta. Una capretta diversa da tutte le altre, facilmente distinguibile per via di quell’inconfondibile biondo platinette, e da quella strampalata ed eccentrica montatura ray ban con lenti non graduate. Salto i convenevoli, le offro una caipiroska alla fragola e dopo poco ci ritroviamo a casa mia.  Speravo in sesso da manuale ma sfortunatamente dopo qualche chiacchiera mi sono visto costretto a mangiarla, quando mi ha rivelato di essersi iscritta allo IED dopo non aver passato l’esame di ammissione in Scienze delle comunicazioni.

Ah, quasi dimenticavo: 500 giorni insieme, è un film di merda.

  1. marijuanablues reblogged this from oceanomale and added:
    uomo o sarei frocio.
  2. oceanomale posted this